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Mi libro su

La memoria
più lunga

F.D'AGUAIR





























"Le nostre valigie logore stavano di nuovo ammucchiate sulmarciapiede; avevamo altro e più lungo cammino da percorrere. Ma non importa, la strada è vita"
Jack Kerouac

"Contestare e creare: sono le due parole che io direi
ad un giovane per educarlo. Deve imparare a contestare e
acreare. Non bisogna cadere dalla contestazione nello
scetticismo:occorre guardare alla storia. Sempre si sono
messe in discussione leconquiste di un'epoca dall'epoca
successiva.[.] La storia delle idee èstoria di lotte e di
conquiste, di contestazioni e di creazioni. Questesono le
parole che io direi ai giovani: contestate e create!"
LudovicoGeymonat

VIAGGI
Amate vacanzuole!
3 agosto 2007

 



Siamo pronti!
Il pc è andato in ferie prima di noi.
Il borsone è pieno (ma senza esagerare).
Le piante sono state affidate all’esperto pollice verde di qualche parente.
I nostri numeri di telefono sono stati dati a mezza città, anche alla fruttivendola.
Abbiamo con noi un’agendina telefonica con tutti i numeri delle urgenze e che pesa più dell’intero bagaglio.
I modelli e le carte sanitarie sono state accuratamente raccolte.
Il farmacista mi ha preparato una valigetta con tutto l’occorrente (pesa più del borsone)!

(Riflessione…gli altri anni per partire bastava chiudere lo zaino)



E veniamo a noi…
Io e la Pulcessina siamo entrate a pieno titolo nel sesto mese!
Il medico ha detto che la Pulcessina è in piena forma.
L’Ex-promesso è finalmente in ferie.
Io ho tanta voglia di mare.


La Dalmazia meridionale con Dubrovnik e le sue isole ci aspetta!
Voi fate i bravi…non esagerate con il sole, mettete le cremine, non rubate secchielli e palette in giro e…raccogliete tante tantissime conchiglie.


Buone vacanze a tutti




permalink | inviato da sbloggata il 3/8/2007 alle 16:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (25) | Versione per la stampa
VIAGGI
Sabato mattina: visita in città
25 marzo 2007


Una grotta intessuta di colori e di fiori, come ce ne sono tante attorno alla mia città.
Una guida impettita di sé spiega “…fu affrescata tra la fine dell’VIII e gli inizi del IX secolo…”.
Una piccola chiesa scavata dai monaci benedettini e poi abitata dalle bianche pecorelle di un pastore di tanti anni fa.
Lui l’aveva chiamata “Grotta dei cento santi”, oggi è stata ribattezzata “Cripta del peccato originale” per quegli affreschi che la colorano e la dipingono.
Una piccola fessura luminosa illumina il percorso, poi cala il buio e in silenzio attendiamo il racconto.

La Creazione della Luce e delle Tenebre, la creazione di Adamo e quella di Eva che sembra volar via dal costato dell’uomo antico, il serpente che sinuosamente percorre l’albero mentre il frutto proibito viene gentilmente offerto.
Ecco la Madonna con il Bambino, la Madonna Regina con il suo abito sontuoso e i tre Arcangeli accolti nei tre archi che fiancheggiano la cripta.
Tutto sembra immerso in quel ricco tappeto fiorito che profuma di murgia e di passato, di presente e di antico insieme.


Una pioggia leggera accompagna l’uscita, è un suono naturale che ci restituisce alla luce della murgia rifiorita lontano dalla civiltà che voleva distruggerla.

Un ponte sosta sopra questo silenzio da non so quanti anni. E’ un mostro arrugginito con grossi piloni di cemento. Nessuno mai l’ha percorso. Né piedi, né ruote, né rotaie.
Ha un’unica funzione…restituire l’incanto di quell’antica cripta all’inutile immobilità della realtà: un ponte che non è mai servito a nulla né mai servirà.
Un ponte che non unisce nulla non è un ponte, è una macchia fastidiosa…e il cielo piange.


Ritrovo un soffio di polline…e inspiro.





permalink | inviato da il 25/3/2007 alle 21:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (26) | Versione per la stampa
Puno-Lago Titicaca-Isola di UROS-Isola di Taquile
14 ottobre 2005


06-08-2005


Ore 06.00
Sveglia, colazione e partenza per il lago Titicaca.
L’orario, in tempi di pace, mi rovinerebbe la vacanza. Invece qui ci abituiamo subito ai nuovi ritmi: il giorno inizia alle prime luci dell’alba e la notte giunge con le stelle.
In compagnia di altri italiani (persino dei materani ci tocca incontrare!) su una piccola barca attraversiamo i colori del lago che dai bassi fondali coperti di canne di Totora si inabissa in un’acqua che diventa via via più cristallina.



L’ex-promesso è debilitato. L’altitudine gli provoca giramenti di testa e nausea, ma a bordo tutti si prodigano nel fornirgli indicazioni sulla cura miracolosa: la coca.
Decide di prendere quelle verdi foglioline e parcheggiarle in bocca, strette fra i denti.
Io non posso che seguirlo in questa avventura (è solo solidarietà di moglie la mia).
Lui si riprende in modo inaspettato.
Io stavo già bene e ora…sto come stavo prima.

Il lago navigabile più alto del mondo
, 3812 metri, dall’acqua dolce e dalle profondità pescose (il pesce rey, ma anche trote portatevi artificialmente dall’uomo) si estende per 8400 chilometri quadrati e conta 36 isole.
Il Lago Titicaca è venerato dagli indios che ne abitano le coste, e l'Islas del Sol e l'Islas de la Luna, site in mezzo al lago, sono, secondo la mitologia Inca, i luoghi leggendari della creazione.

Visitiamo le isole galleggianti degli UROS, costruite con canne di Totora intrecciate, e popolate da circa 3000 persone che vivono e dormono su queste piattaforme per tutto l'anno, mentre i bambini studiano sull’isola fino a 10 anni.




E’ strana la sensazione che si prova.

Si cammina su una superficie di cui si avverte l’instabilità ma la cui morbidezza è rassicurante. Ogni passo è attutito e accompagnato nel suo cammino. E’ reso più lento ma più tranquillo.

E’ una sensazione tutta peruviana quella che si coglie: un tempo rallentato sotto i raggi di un sole freddo ma luminoso, un sole che per loro è energia utile ad accendere le tv, ma è soprattutto energia interiore, è spiritualità, è culto, è profondità.


Il giunco leggero ondeggia al nostro passaggio e i vestiti colorati dei “turistici” abitanti posano per foto e filmini.
Piatti e medaglie colorate vengono offerte al valoroso turista che per qualche sol potrà far lampeggiare il suo luccicoso flash.


Le canne di Totora vengono raccolte nel lago, e mentre la parte più tenera viene utilizzata a scopo alimentare, il resto viene impiegato per costruire case, barche ed altri manufatti.
Ogni 6 mesi le canne più vecchie marciscono, devono quindi essere sostituite da quelle più giovani.
E l’isola si rinnova.

Tuttavia oggi per i tetti vengono utilizzate le grigie lamiere che si rivelano molto più utili e meno fragili.
E allora dietro i fili gialli di tortora tessuti come grandi gonnellini, si intravedono quei tetti e quel bagliore di una modernità che giunge in punta di piedi.







Assaggiamo le lunghe canne di giunco visitando le abitazioni complete di radio e tv, alimentate dai pannelli solari di cui l’amministrazione ha fornito le isole.

Navighiamo su una delle loro tipiche imbarcazioni intessute con lunghe canne di giunco e rivestite nel cuore con fogli di plastica per impedire all’acqua di passare.

Barche costruite in un mese di tempo e che durano un anno, con le caratteristiche teste di puma.

Titicaca significa “Puma di pietra” in quechua e “Puma grigio” in aymara.

I porcellini d’india fuggono al nostro arrivo, forse si immaginano impanati in qualche piatto per l’avventuroso turista di turno.








Ho i miei dubbi sulla veridicità di questi luoghi, hanno qualcosa che sfugge all’autenticità della vita incontrata qualche ora dopo sull’isola di Taquile.


A Taquile ci arriviamo dopo qualche ora di navigazione e arrampicandoci lungo i fianchi delle colline, terrazzati per poterne permettere la coltivazione (generalmente di patate), e inariditi per la stagione invernale, tipicamente fredda e secca.






Lungo le stradine è facile incontrare bambini che sottovoce e per qualche sol vendono i loro braccialetti, mentre la cantilenante insistenza delle donne non riesce ad essere mai fastidiosa.


L’isola è patria di abilissimi tessitori, è l’unico luogo dove gli uomini tessono.

Qui impariamo il valore cromatico degli abiti indossati: le autorità del luogo si distinguono dai vivaci colori dei loro cappelli, invece gli uomini, a seconda che siano sposati o no, hanno la punta del cappello bianca o colorata.
La borsetta maschile è immancabile: contiene foglie di coca e non ho mai visto nessuno sprovvisto.
Dai colori delle gonne, invece, si può capire la condizione delle donne: se di colore vivace sono nubili, se di colore scuro sono sposate.

Le attività principali dell’isola sono l’agricoltura ed il turismo, e stranamente gli abitanti non sono pescatori.


Nella piazza centrale vi è il mercato turistico dove il prezzo è fissato su grandi lavagne nere e la contrattazione è bandita.


Qui si lavora uno per tutti - tutti per uno, il ricavato viene distribuito fra la popolazione e la percentuale pagata al municipio serve per costruire strade e migliorare la vita dell’isola.


Mangiamo zuppa di quinua, gustosissimo pesce del lago e le immancabili patate.
Soddisfatti ci prepariamo a scendere gli oltre 500 gradini per tornare alle barche.




Ci imbarchiamo e riattraversiamo il fondale coperto dai giunchi, il grande lago si spegne sotto le luci del tramonto, fa freddo.

Torniamo con gli sguardi pieni di colori, con le scene di una quotidianità così diversa da quella cui siamo abituati, con le silenziose voci dei bimbi nel cuore, con i sorrisi di chi ci ha venduto un braccialetto raccontandoci una storia. Infiliamo i guanti e sotto il grande cielo di Puno ci abbracciamo, ascoltiamo ciò che ha da dirci nel silenzio delle sue lontanissime stelle.


 
Audacemente rompiamo ogni briciolo di poesia provando la pizza….quello che ci portano è ciò che ci meritiamo!!



 




permalink | inviato da il 14/10/2005 alle 12:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa
Diario di viaggio/3 - Lima-Cuzco-Juliaca
7 ottobre 2005


Ore 13.05

Volo Lima-Cuzco-Juliaca
Lasciamo Lima per sorvolare le affascinanti vette innevate che oltre le nuvole dominano la piccola vista dagli oblò aerei.
Si intravedono i grandi laghi e la terra si fa rossa…lasciamo che le Ande ci inghiottano.


Geograficamente nel territorio peruviano si distinguono tre ambienti, che si sviluppano parallelamente in senso longitudinale:
la Costa, (la fascia costiera sull'Oceano Pacifico, larga da 80 a 150 chilometri)
la Sierra, (costituita dalle Ande peruviane)
la Selva, (corrispondente alla zona amazzonica orientale)
Le Ande peruviane che stiamo sorvolando, si estendono dalla frontiera con l'Ecuador, a nord, sino alla frontiera con il Cile e la Bolivia, a sud.
Noi siamo nella zona occupata dalle Ande del Sud o Ande Meridionali, comprese fra la frontiera Perù/Bolivia e il Gruppo del Vilcanota, ai confini fra i dipartimenti di Puno e Cusco.


L’ex-Promesso continua a sfogliare il suo vocabolarietto italiano-spagnolo…guai a toccarglielo!!
Facciamo scalo a Cuzco per poi ripartire alla volta di Juliaca dove ci attende Riccardo, indispensabile voce per capire meglio dove siamo finiti.



Juliaca è quel lungo viale di fango impolverato, con le costruzioni appena adagiate sulla terra, i tricicli e le corriere che corrono non si sa bene dove.
Fra i jeans di una gioventù dai capelli arruffati scorgiamo le scure signore dalle grosse calze colorate, i gonnellini, i bimbi infagottati sulle spalle e le lunghe trecce nere su cui un bombato cappello sembra posarsi leggero, quasi adagiato lì dal vento.
Scopriremo dopo che ogni regione ha un proprio cappello che la contraddistingue e che riprende, nella forma, la morfologia del territorio.

Juliaca è una città recente, nata da soli 70 anni come centro commerciale, per cui strategica è qui la presenza dell’unico aeroporto della zona.


Sulla nostra traballante corriera percorriamo quell’unica lunga strada fra il rossore di una terra che ci appare silenziosa, mite, rassicurante nella sua immensa immobilità.


Il peruviano è un povero seduto su una sedia d’oro”…lo scopriamo oggi e lo capiremo bene nei prossimi giorni.
La fertilità di questa terra non riesce a far fronte alle necessità di acqua.
La presenza dei numerosi laghi rappresenta per noi la facile soluzione al problema, ma il sistema d’irrigazione è troppo costoso, nessuno può permetterselo.

Turismo, agricoltura e allevamento, questi i settori cui i peruviani si dedicano.
Scopriamo così l’Alpaca della cui lana ci ricopriamo per rendere più sopportabile l’inatteso freddo, e la cui carne rappresenta una “gustosa” risorsa alimentare.

La corriera si ferma, paghiamo un pedaggio utile alla manutenzione delle strade, riprendiamo il viaggio e, lasciata l’immensa vallata chiusa all’orizzonte dalle vette andine, giungiamo a Puno dove siamo accolti dai grandi cartelli di benvenuto accanto ai quali campeggiano le enormi scritte rosse della Coca Cola e gli annunci che segnalano la presenza di numerosi centri internet…una finestra sul mondo.


Puno, la città seduta sul lago Titicaca, con le sue case di fango e la sua povertà aggravata dalla corruzione di un governo di centro ed una classe dirigente che ha portato al potere tutta la sua famiglia.




Passiamo davanti all’Università, che raccoglie oltre 10 mila studenti. Fra le varie facoltà le più importanti sono quelle che risultano più utili alla quotidianità: veterinaria, medicina, architettura.
Il Politecnico rappresenta, invece, la scuola secondaria, finita la quale i ragazzi sono pronti a lavorare.


Arriviamo in albergo, il camino acceso ci abbraccia fra i profumi del mate de coca.
Da Lima, a livello del mare, ci troviamo ora a circa 4000 metri. Lo smarrimento dovuto all’altitudine si fa sentire…è quasi piacevole.
Mi sento come su una grande mongolfiera.
Mi sento molto Mister Fogg.

Un giro a Plaza de Armes e le temperature si abbassano, nella notte arriveranno sotto lo zero.
Compriamo guanti, sciarpe e cappelli.
Mi coloro con un poncho di lana di alpaca.
Mangiamo: zuppa di quina (un cereale) per me, e bistecca di alpaca per l’ex-promesso.
Beviamo Pisco.
Paghiamo in dollari e ci fregano!!Applicando un cambio tutto loro.
Torniamo in albergo e crolliamo!



Un primo forte impatto con un mondo lontanissimo da quello che abbiamo lasciato.
Una sensazione di grande paradossale serenità.
La quotidianità è nelle rughe disegnate sui volti delle anziane signore, nella loro pelle scura, nella loro voce sempre silenziosa.
Il tempo sembra ovattato.
Il silenzio di questi luoghi ha un fascino indescrivibile. E’ ampio, si estende per immense vallate, è profondo, sembra essersi inabissato negli animi di questa gente.
Provo ad ascoltarlo…









permalink | inviato da il 7/10/2005 alle 12:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (37) | Versione per la stampa
Diario di viaggio/2 - Caracas-Lima
23 settembre 2005

04-08-2005


Ore 20.05
A Lima ci arriviamo dall’alto con la compagnia cileno/peruviana “Lanperu”.
Annamaria ci attende in aeroporto, parla italiano e ci porta in albergo.
Siamo stanchi, è sera e fa freddo.
Il fuso orario non lo avvertiamo che in quel leggero mal di testa che ci fa crollare sul letto non appena proviamo a gustarne la morbidezza.

Al risveglio ci attende un’abbondante colazione fra il dolce ed il salato e l’insopportabile odore di bacon caldo.
L’ex-Promesso intrattiene una coppia di giapponesini “scornandosi” contro un lampadario forse troppo basso. (Il giapponesino lo indica deridendolo, …lui lo fulmina con lo sguardo percorrendo ogni pulcioso centimetro della sua bassezza).

Regolati gli orologi a Caracas dimentichiamo di far indietreggiare di un’ulteriore ora le lancette a Lima.
E così ci svegliamo e, come sempre in ritardo, facciamo tutto di corsa, chiudiamo le valigie e ci capitomboliamo fuori dall’albergo per scoprire che siamo in anticipo!
Il gioco con le lancette ha qualcosa di inquietante. Rivivere un tempo già trascorso, delle ore già vissute, ha un nonsochè di minaccioso…è come vivere in un paradosso!

In un’ora non riusciamo a vedere la Città dei Re, come fu definita da Francisco Pizarro che la fondò il nel 1535, e allora seguiamo le onde dell’Oceano fino alla zona dei pescatori per poi dedicarci ad una piccola scorribanda a Barranco, il quartiere degli artisti, fra i locali coloratissimi che dietro le loro finestre serrate nascondono forse i bagordi della nottata precedente.



Accarezzati dalle acque del Pacifico, fra uomini che fanno jogging e cani assonnati che nascondono sotto la sabbia i loro bisognini, scopriamo in una fresca passeggiata il mattino di un quartiere che viaggia di notte, e lo cogliamo nel suo lento risvegliarsi fra una luce stanca ed una bottiglia vuota.
Un taxista, avvolto nel suo cruscotto tenuto in caldo da un’affascinante moquette zebrata, ci dice che quello è il ritrovo dei bohemien dalla capitale…ne sentiamo il profumo.





Dobbiamo raggiungere l’aeroporto. Costeggiamo la grande zona militare e le scuole di addestramento.
L’ex-Promesso, ormai padrone della lingua, si lancia in accese conversazioni con il tassista che ci parla di un Perù lacerato dalla disoccupazione e dai “ladrones” (i governanti).
Io seguo distratta le corriere sempre stracolme di gente e le grandi scritte che campeggiano sui palazzi la cui irregolarità nei colori e nella struttura vivacizza vicoli e strade offrendo spaccati di un’irresistibile quotidianità “arrangiata” (per noi con la puzza sotto il naso).

Siamo in ritardo.































permalink | inviato da il 23/9/2005 alle 11:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (47) | Versione per la stampa
Diario di viaggio/1 - Matera-Caracas
20 settembre 2005





04-08-2005


Ore 3.30
Sveglia!
Siamo in questa casa da pochissimi giorni, l’abitudine deve ancora essere traslocata, è rimasta impacchettata altrove.
Tutto è nuovo, anche l’alba colta fra una valigia ed uno zaino, fra una frettolosa colazione ed il letto lasciato disfatto.
Raggiungiamo l’aeroporto barese fra uno sbadiglio ed un abbraccio a chi rimane.


Ore 6.40
Si parte: volo Bari-Roma.
Tutto inizia da qui, da un volo nazionale, da una colazione in un bar plastificato della capitale.
La partenza è prevista per le 10.10 e alle 10.05 siamo ancora in coda insieme al resto del mondo che ha deciso di godersi le meritate ferie attraversando quelle eroiche file vacanziere.
Fortunatamente è uno dei tanti voli in ritardo.
Quei 50 minuti ci salvano la partenza e ci rendono puntualissimi come orologi svizzeri!

Cuscino, copertina, succhi di frutta e lasagne cartonate per rendere più confortevole il volo. L’emozione di essere lassù non ci fa chiudere occhio…ed il countdown sullo schermo è un po’ inquietante.

Abbandoniamo Lisbona e l’Oceano ci divora!
Ripercorriamo dall’alto le rotte di quegli antichi viaggiatori che con le vele spiegate inseguivano forse solo un sogno.


Ore 14.50 (ora locale)
Arrivo a Caracas.
Basta battere le ciglia per spostare indietro le lancette dell’orologio e rivivere un giorno già trascorso.
Il tempo di ambientarci, chiedere informazioni, cercare un bagno e capire che 96 euro sono troppi per una sola ora a zonzo per la città. (E poi l’ex-Promesso dice che Caracas è una baraccopoli…e io gli credo perché sono sua moglie!).
Passiamo il tempo mangiando cioccolata venezuelana.
Poi l’ex-Promesso si allontana per andare a comprare una bottiglia d’acqua…
Dopo 30 minuti ancora non è tornato…lo aspetto e comincio a tessere.
…certo…prima di allontanarsi mi ha fatto strani discorsi sulle donne venezuelane…“dal punto di vista demografico il Venezuela ha la più alta concentrazione di belle donne”…mi spiega la questione con uno strano impeto decisamente poco darwiniano….
E’ passata un’ora…
Finalmente torna!!!

E’ il solito paranoico: sostiene che nessuno voglia cambiargli i soldi per prendere l’acqua con le monetine dal distributore.
Secondo me il fuso orario gli ha fatto uno strano effetto!
O forse è la terra straniera!
Credo si senta perseguitato! (Stava picchiando un imbianchino solo perché non lo faceva entrare in bagno…appena ripitturato!!!!)
Torna trionfante con le sue “dos bottilias de aqua”.
Annunciano il nostro volo…







permalink | inviato da il 20/9/2005 alle 13:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (25) | Versione per la stampa
Pasquetta…in bicicletta
28 marzo 2005

 


Zaino leggero, scarpette perfettamente allacciate, occhiali da sole, cartina geografica, cioccolata-uovale, radio canterina…e si va…
Quest’anno la gita fuoriporta mi ha vista alle prese con il rodaggio della mia nuova splendida bicicletta azzurro-fiammante.

A destra il mare pacatamente assolato, a sinistra la campagna in un’esplosione di colori, alle spalle la città in pasto ai turisti, di fronte il sole timidamente abbronzante.



Oggi ho sentito un profumo nuovo, quello del mare e della campagna uniti in una danza primaverile che non fa troppe riverenze…contamina.

Inebriata da quelle essenze ho varcato le porte della città pugliese famosa per la sua disfida.
E fra la cattedrale, il gigantesco Colosso, le piccole stradine colorate e la pietra bianca che le dona fierezza, l’ho visitata lentamente con la distrazione della mia mancata vena turistica, per poi varcare le porte del suo grande castello, ascoltandone gli annedoti, intrufolandomi dove non potevo, immaginandola con il fossato pieno d’acqua fra il rombo di un cannone e la musica dolciastra di qualche ballo importante.


Anche Barletta ha un centro storico in cui ancora si stendono i panni…credo che comincerò ad archiviare questi rari momenti, che volgarmente chiamo di “benessere culturale”.



Ora sono stanca…le braccia non reggono pesi, i muscoli delle gambe reclamano riposo, e il mio povero sederino mi comunica che i 30km di rodaggio non li reggo più come una volta…
Ma io non gli do ascolto…

Ho le guance arrossate dal sole e sono soddisfatta…


yaaaaawwwwnnnnnn!!!!







permalink | inviato da il 28/3/2005 alle 22:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (38) | Versione per la stampa
Ecco cosa manca nelle città senza mare...
6 settembre 2004

Vacanze/5



Da Trapani è facile raggiungere le isole Egadi…Favignana, Levanzo, Marettimo.
Quella traversata è sempre piena di gente, di sguardi svegli e sorridenti all’andata e di gote arrossate e occhi ricolmi di colori al ritorno.
Preferivo la nave tradizionale al veloce aliscafo, quel viaggio lento che ti regala mille scorci che hai tutto il tempo di gustarti.

Le isole possono essere visitate in autobus, motorino, bicicletta, o gustate a piedi…passo dopo passo.
Io mi sono affidata a quei sentieri senza frecce né cartelli, quelli in cui ti può spingere solo una buona dose di curiosità e qualche graffio fra gli scogli (vabbbbèèèè i due punti a me li hanno dati perché sono una campionessa)!
Quei sentieri conducono a mari senza lidi né ombrelloni, senza bar né bibite fresche…su una via che silenziosa corteggia il mare.

Incamminarsi lungo la costa seguendo le insenature, i fianchi scoscesi, quelle tortuose rotondità toccate solo dal vento e dall’acqua.
Farsi guidare dallo sguardo sorpreso di fronte ai mille colori dell’azzurro del mare, alle profondità che si regalano ad una nuotata un po’ impacciata e timorosa che cerca di seguire quel sinuoso ondeggiare.
Ti muovi fra cristalli che hai paura di urtare.

Seduta su quegli scogli fai scorta di immagini e profumi per l’inverno.
Scogli che l’acqua ha accarezzato, forse cullato durante la primavera, e magari schiaffeggiato nel rigido inverno incazzandosi col vento.
Grotte ed insenature bagnate dal sole, che inizi a scrutare e lentamente passo dopo passo a conoscere, a toccare, te ne appropri lentamente.
Un’insenatura si apre davanti a te, le pietre bianche riflettono il verde cristallino dell’acqua e macchie di scogli tratteggiano un percorso marino che armata di occhialini ho scrutato inseguendone i colori.

Le alghe sembrano danzare al ritmo di una musica che non hai mai ascoltato, il suono è quello scomposto dell’acqua agitata dal vento che porta con sé le voci della sera.
La luce pian piano si adombra, l’aria tiepida comincia a rinfrescarsi, i capelli sono ancora umidi, ma l’aria della notte arriva con il tramonto.
Con una rete silenziosa ho raccolto i cambiamenti cromatici di quelle isole per riempire la mia tavolozza dei sensi e dipingere le immagini di questo viaggio.

Ecco cosa manca nella mia città senza mare, manca il mare.





permalink | inviato da il 6/9/2004 alle 21:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (108) | Versione per la stampa
ERICE...con il sole!
3 settembre 2004

Vacanze/4


La guardi dal basso, la scruti dall’alto, diffidente la cataloghi fra le tante cittadine arroccate su un monte e a strapiombo sul mare.
Decidi di salirci, le guide la citano, i tuoi amici ci sono stati, tutti ne parlano bene, la raccontano entusiasti…ma lassù mi sono trovata a vagare per una città fantasma.

E’ carina, fra le sue stradine perfetta, pulita e profumata come il bucato appena asciutto dal sole, “è una bomboniera” senti ripeterti attorno.
Eppure non riesci a lasciarci qualcosa di te…è una città fantasma costretta a vivere fra i bisogni dei turisti che decidono di visitarla, di percorrerla, di apprezzarla, turisti che mandano cartoline raccontandola, che comprano ottimi dolci assaggiandola, che si appropriano in una foto del prezioso panorama che il paese sfoggia fra un palazzo e l’altro.
La storia parla e racconta attraverso le guide turistiche e il paese risponde nelle attività commerciali costruite per riempire le tasche dei nuovi visitatori. Negozi di anonimi souvenir costeggiano le strade, cartelli indicanti il castello, il museo, la cattedrale, ne tracciano il percorso.

Questi posti mi intimoriscono un po’.
Per quanto di essi si possa scrivere e raccontare mi chiedo che fine vi abbia fatto la gente. Sono una fanatica dei piccoli comuni. Di quelli in cui ci si ritrova la domenica in piazza dopo la messa, in cui le strade sono terrazzini da condividere con il vicinato e gli sguardi sono quelli di sempre tramandati di generazione in generazione.
So che è difficile viverci, so tutto, sull’argomento sono preparatissima, eppure sono posti che mi affascinano, che mi incuriosiscono, che mi piace scrutare.
Sono immersi nella leggenda, in una quotidianità custodita gelosamente in quelle abitudini fattesi tradizioni, sfogliate negli album in bianco e nero della storia.
Il vero problema è che le calamitiche città risucchiano gli occhi stanchi di chi chiaramente sente il bisogno di un vento più fresco, di una piazza più grande.
Molti di quei paesi sono destinati a svuotarsi, affidati alle erbacce e al deperimento provano a sopravvivere al tempo, oppure si trasformano in bomboniere luccicose da inserire in qualche pacchetto turistico o da propinare all’occhio straniero.

Ma un paese bomboniera è un paese fantasma, è un paese che non c’è.
E un paese senza nonni è un paese che sta scomparendo, che sta perdendo se stesso.
Lo si va a guardare, a fotografare, ma è un paese che non si sveglia.
Eppure quelle grandi campane lasciate libere di suonare sono state una tentazione irrefrenabile…
Ok! Ho esagerato…ma stavo bussando…aspettavo che qualcuno venisse ad aprirmi…

…e infatti, alla fine, qualcuno è arrivato…e con la luna ho scoperto una nuova Erice.




permalink | inviato da il 3/9/2004 alle 1:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (63) | Versione per la stampa
Kalsa...un palcoscoscenico sotto le stelle
2 settembre 2004

Vacanze/3

A Palermo, fra la città vecchia e il mare, sorge uno dei quartieri più antichi, la Kalsa (al Halisah), “l’eletta” degli Arabi.
Musei, chiese, palazzi, arredano questo grande quartiere che nella calda estate palermitana si è trasformato in uno splendido palcoscenico a cielo aperto sotto il segno di “Kals’art”.
Musica, cinema, teatro, fotografia, scultura, pittura, si confondono fra i mercatini gastronomici e d’artigianato, fra la musica locale e quella internazionale sbarcata sull’isola e pronta ad affascinarla.

Passeggiando per quelle strade ci si comincia a rimpicciolire quando, fra un palazzo e l’altro, la distanza si annulla sotto gli imponenti “Mega-fumetti per le vie” realizzati dall’artista altoatesino Klaus Pobitzer.
Le opere che si incontrano per il Parco d’arte del “Kals’art” riproducono personaggi del luogo incontrati e fotografati dall’artista per le vie della kalsa: ci si imbatte nel venditore di panelle, di calie e semenza, nel calciatore del Palermo, nel turista o nel posteggiatore.
Figure di dimensioni variabili, appena scosse dal vento e realizzate con tecnologia “Hewlett Packard”, (che non voglio sapere cosa significhi altrimenti ne perdo la magia).

L’arte che entra fra le strade spesso buie di un quartiere antico, l’arte al di là dell’arte, l’arte che diventa motivo di riscoperta di luoghi e tradizioni, di musiche e di sapori.

Klaus Pobitzer è solo un esempio, il palcoscenico è grande e la portata dell’evento somiglia proprio a quei fumetti sospesi ad un filo. Opere che si rivolgono all’uomo, all’uomo di quelle vie, all’uomo di oggi che nella modernità di un materiale e nella fantasia di un artista si riappropria della sua strada e, attraverso essa, della propria quotidianità.
Il sapore locale si mescola a quello proveniente da altri luoghi, altre realtà, altri mondi.
L’alchimia dell’incontro ha i colori del mare. E’ l’ennesima nave che sbarca in Sicilia, una nave che stavolta non parla di uomini ma agli uomini, attraverso la condivisione di linguaggi diversi, di sguardi lontani, di suoni stonati. 




permalink | inviato da il 2/9/2004 alle 10:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (53) | Versione per la stampa
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