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Mi libro su

La memoria
più lunga

F.D'AGUAIR





























"Le nostre valigie logore stavano di nuovo ammucchiate sulmarciapiede; avevamo altro e più lungo cammino da percorrere. Ma non importa, la strada è vita"
Jack Kerouac

"Contestare e creare: sono le due parole che io direi
ad un giovane per educarlo. Deve imparare a contestare e
acreare. Non bisogna cadere dalla contestazione nello
scetticismo:occorre guardare alla storia. Sempre si sono
messe in discussione leconquiste di un'epoca dall'epoca
successiva.[.] La storia delle idee èstoria di lotte e di
conquiste, di contestazioni e di creazioni. Questesono le
parole che io direi ai giovani: contestate e create!"
LudovicoGeymonat

arte
C’era una volta il fumetto…poi venne la città
15 giugno 2007


 
Ieri sera ho assistito a un saggio di fine anno (un musical sul Novecento) a cui sono stata “gentilmente” invitata da mia madre (orgogliosa professoressa di quel Liceo). 
E’ stato inaspettatamente bello…scoppiettante, divertente, infiocchettato da splendide voci e ballerini da prima fila.
Il quadretto era quello di una scuola che funziona, con un’integrazione particolarissima tra alunni e docenti, grande rispetto da parte di entrambi per ruoli e differenze generazionali.

Rientrata a casa e impigiamata a dovere ero pronta per la mia bella dormitina da 8/9 ore (anche 10 quando il sonno scappa).
Ma una vocina mi chiamava. Un cappellino, due grandi occhialini, un costumino e un’abbronzatura “zebrata”: “il primo giorno di mare noi bambini arriviamo in spiaggia con abbronzature zebrate, per il sole preso durante le lunghe giornate nei cortili e negli spazi verdi che allora erano presenti in città”.
TELLINE, Cronache metapontine (negli anni ’70) di Pino Oliva, scalpitava sul mio comodino (e come scalpitavano lui e Giuan’ negli anni ’70…nessuno mai!).
Con la “Santa Pazienza” ho riacceso la luce, ho atteso che l’ex-promesso si ambientasse alla nuova “atmosfera”, si rigirasse un po’ e riprendesse il suo ronfare…e ho iniziato a leggere.

Pino Oliva è un disegnatore, anzi no, è un artista. Fra le tante cose che fa, disegna fumetti (anzi quella è la sua origine).
Nel suo ufficio (nel suo mondo) mi ha mostrato alcune delle sue tavole: Tex, Ken Parker, incontri fumettari immaginati con china e a volte qualche colore.
Conosciuto un po’ per sbaglio un po’ per caso ho cominciato a raccogliere i suoi fumetti, ma sempre on line…sentivo la mancanza del cartaceo!
Dopo aver condiviso qualche lettura fumettistica comune mi sono prostrata ai suoi piedi per avere TELLINE (stampato in sole 500 copie e distribuito tra amici).
E’ stato ragionevole e gentile regalandomi una delle ultime copie rimaste. (Non sapeva che se la compassione non fosse andata a buon fine avrei tirato fuori il mio affilatissimo coltellino a serramanico da borsetta) (perché lui sarà pure cresciuto a Serra Venerdì…ma io sono sopravvissuta a Serra Rifusa…uagliò).

Bene! L’ho letto.
Girare quelle pagine è stato come sfogliare un album fotografico di ricordi in movimento (e il movimento è quello dell’anima).
La località marina è Metaponto, la più vicina alla città. Solo 40 km, che oggi sono percorribili in mezz’ora, ma che qualche annetto fa rappresentavano un vero e proprio viaggio con tanto di sosta e partenze intelligenti.
La villa da raggiungere sul lungomare delle vacanze l’ho riconosciuta dalle ringhiere (perché il bello dei fumetti è anche la possibilità di gustarsi i particolari e le piccole preziosità non sempre percepibili alla prima occhiata): era la stessa (o quella accanto) in cui infilai il mio primo due pezzi (dovevo avere 4 anni). Ospitata dagli zii, per molti anni ho trascorso le ferie lì insieme a mamma, papà, sorellina, nonni, e parentado vario.

Il lungomare, le panchine, il bar bagni kati, le biciclette (con le quali si esplorava la zona selvaggia per custodire un segreto fino all’arrivo della nuova estate: essere arrivati fino alla ferrovia…la stessa sopra la quale oggi passa un ponte), le tavole palatine, le passeggiate fino alla foce del Basento, la raccolta dei pinoli, il “calcolo preciso e ferreo delle ore che intercorrevano tra la digestione e il bagno in mare” (una pesca a metà mattinata poteva farti stare lontano dall’acqua per 3, 4 ore), l’interruzione momentanea della lunga estate per tornare in città all’imperdibile festa patronale.


Ho letto una storia ieri notte, una storia che…

…“comincia molto tempo fa, quando c’erano più prati e più voci di bambini e di mamme che li chiamavano dai balconi. C’era più aria e poca televisione, niente internet, pochi palazzi, poche macchine in strada, e i nostri giochi seguivano il corso delle stagioni. Giugno, ad esempio, era il mese della caccia alle lucertole, delle lucciole, delle interminabili partite a pallone, delle fionde, delle ciliegie da rubare nei campi, ma soprattutto il mese in cui finiva la scuola e, per i più fortunati, l’inizio delle vacanze e delle partenze per il mare”.






permalink | inviato da sbloggata il 15/6/2007 alle 17:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
La PIMPA di Altan
29 novembre 2004

 



Da piccola avevo due cugine brutte e cattive che avevano la fortuna di comprare il Corriere dei Piccoli ogni settimana…inutile dire che erano le mie cuginette preferite!

Per quelle paginone colorate avrei sopportato qualsiasi dispettuccio, avrei ceduto qualsiasi bambola o giocottalo (una volta per leggere Pimpa ho dovuto dar via un braccio della mia barbie improvvisandole una fasciatura di notevole pregio infermieristico).

E Pimpa la ricordo bene. Quei rossi pallini sulla sua delicata pelle bianca, candida.
Credo di aver scoperto che fosse un cane solo dopo aver smesso di leggerla.
Per me Pimpa era Pimpa, non poteva essere altro.
Con la sua linguetta pendente, la piccola coda scodinzolante e gli occhioni grandi e sorridenti, sempre pronta ad aiutare tutti, il pinguino Nino, il coniglietto dagli indimenticabili pois azzurri, ma anche la barchetta con il mal di mare o l’arcobaleno così triste da sentirsi “sbiadito”.

Pimpa è racchiusa nei colori della vita cui ogni bambino avrebbe diritto. Il suo mondo sembra uscito dalla fantasia di chi sa appropriarsi delle tinte bizzarre del pensiero per farne realtà.
Pimpa non ha età, non ha cielo, non ha città. E’ il desiderio colorato di regalare un sorriso più che una risata, è una carezza leggera appena avvertita, è una vocina sinuosa che stride con la vivacità dei suoi colori.
Pimpa è la leggerezza di un mondo composto, forse troppo solare, ma è il disegno di quell’orizzonte che ogni bambino ha diritto di colorare, e non solo nell’onirico attimo di un sogno.

I baffetti di Armando fra quelle pagine erano rassicuranti, rappresentavano una garanzia dell’esistenza di Pimpa e del suo mondo colorato fatto di boschi e di stagni, di macchine e di case dai tetti spioventi.

Poco più grande di me, Pimpa nasce nel 1975, dai colori di un famoso vignettista che non poteva soddisfare in modo migliore la richiesta di un cane da parte di sua figlia Francesca.
Tradotta in 7 lingue e pubblicata in 23 paesi, Pimpa ha raccontato il suo mondo a milioni di bambini.
Altan è il suo papà.
Conosciuto dagli adulti per le vignette di satira politica, Altan ha spogliato alcuni grandi uomini della storia, come Colombo, Casanova, Franz (S.Francesco), della loro veste eroica, riportando i loro destini segnati da celebri imprese, nel mondo scosso dal suo pensiero ateo che non da risposte e a volte neanche si pone domande.



Una fantasia che ci ricorda il nostro essere bambini o semplici uomini, e ci disegna una strada.


 




permalink | inviato da il 29/11/2004 alle 23:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (18) | Versione per la stampa
ANDY CAPP
10 novembre 2004

Andy Capp nasce il 5 agosto 1957 in una vignetta per il Daily Mirror, edizione per l’Inghilterra del Nord.
Disegnato e ideato da Reginald Smythe, nato nel 1917 a Hartlepool, nell’Inghilterra del nord.


Pochissime le ambientazioni delle strisce: dall'ingresso di casa al divano, dal bar con le freccette e il biliardo al campetto di calcio. La vita di Andy Capp e di sua moglie Florrie, detta Flo, è scandita da abitudini consolidate, da litigi che in coda conservano quella risata che suggella da quasi cinquant’anni una vivace e ineguagliabile unione.


Lui sfaccendato ed ubriacone, perennemente iscritto alla lista dei disoccupati, sdraiato sul divano di casa oppure al bancone del pub con un bicchierone di birra in mano, lei martire casalinga votata al sacrificio, lavoratrice, innamorata e gelosa.

Lui omino buffo, di bassa statura, con un basco a quadri sulla testa, indossa sempre una blusa scura con camicia e cravattino, la sigaretta perennemente attaccata alla bocca e pendente da un labbro, un tipo tutto casa e bar, fannullone, spendaccione e dedito al corteggiamento generalizzato. Lei piuttosto paffuta e rotonda, è l’unico sostegno della famiglia, lavora in uno stabilimento, è astuta, scaltra e rassegnata a un marito indolente e sfaccendato.


Andy Capp è un accanito giocatore di biliardo e un tifoso arrabbiato di rugby, sport che segue accanitamente e pratica in modo scorretto e falloso, contestando e boicottando l’arbitro e facendo arrabbiare i giocatori.
Disordinato e ciabattone, sprofonda nel suo divano fra cicche ed avanzi di caffè.
Perennemente afflitto da problemi economici, spesso è in bolletta. Per far quadrare i conti ricorre a prestiti e chiede aiuto agli amici, per continuare a pagare la sua birra al pub cerca di scippare l’appetitoso stipendio custodito in borsetta dalla signora Flo.

Capp non è un fallito come può sembrare, Capp è un ribelle, un menefreghista.
Simbolo di un individualismo sfrenato, Capp non accetta di diventare uno fra i tanti. Rappresenta il “desiderio” di essere liberi.
Il pub è il luogo dei rapporti occasionali, e lì Capp è qualcuno, lì impreca, trangugia, si arrabbia, ha avventure con le cameriere che insegue, con cui flirta, con cui sogna evasioni impossibili.
Capp esprime quella satira sociale irriverente che prede in giro tutto quello che vorremmo fare, quello che vorremmo essere “se potessimo”.


Andy Capp non è apatico, lui s’impegna solo nelle cose che gli piacciono.
Fa ciò che gli reca piacere, contrariamente a quanto la società spesso richiede nello spingerci a fare ciò che non ci piace, sobbarcati di oneri e seccature.




Carlo & Alice in Italia, Tuffa Victor in Svezia, Jan Met de Pet in Olanda, An’Dicap in Ghana…
…una nuvola parlante dentro un unico cielo.



 




permalink | inviato da il 10/11/2004 alle 0:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (22) | Versione per la stampa
MOSA (bananina)
3 ottobre 2004


Parlavo di Mafalda, la leggevo sul mio blog, e lui mi ha regalato Mosa.


La rivista si chiama MAGHED, è un settimanale distribuito negli Emirati Arabi.
Mosa (bananina), ne colora l'ultima pagina insieme a suo fratello Rashid.

Effettivamente la somiglianza c’è. Notizie in rete non ne ho trovate.

Sarei curiosa di leggerla.

Anche lei parla di minestra pur di non mangiarla? Di televisione, che spenta o accesa è praticamente la stessa cosa? Di scuola e di compiti? Di gioco, che è una cosa molto seria? Di Beatles, di pace, di domande, di mamma e di papà?


Come cambiano le osservazioni di una bambina dai capelli neri corvino in un deserto dove la lingua ha sonorità nuove, la religione ha significati diversi, il clima ha temperature sconosciute, e i colori si perdono sotto lo stesso cielo? 





Perchè hanno inventato l'asciugatore elettrico??!
Funzionano meglio i fazzoletti di carta!


 




permalink | inviato da il 3/10/2004 alle 13:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (27) | Versione per la stampa
MAFALDA
1 ottobre 2004


 

Joaquín Salvador Lavado, nato a Mendoza, in Argentina, nel 1932, conosciuto come Quino, papà di Mafalda.
Una bambina, una contestatrice, una difesa dall’adultità dilagante nel mondo dei grandi, Mafalda nasce per la campagna pubblicitaria di un’azienda di elettrodomestici.
L’agenzia vuole una striscia che ritragga una tipica famiglia del ceto medio e un personaggio che richiami nel nome le due lettere del marchio aziendale: una M ed una A.
La campagna pubblicitaria non è portata a termine ma nel 1964 Mafalda esordisce nel settimanale "Primera Plam", per poi passare ad un prestigioso quotidiano, "El Mundo".
Nonostante il successo Quino decide, nel 1973, di mettere la parola fine sugli episodi della bimba dai capelli corvino.
Quasi a significare che Mafalda avesse detto tutto ciò che aveva da dire, da farle dire…
…il mondo continuava a rimanere lo stesso.


Ed oggi Mafalda festeggia i suoi 40 anni eppure le sue riflessioni, le sue piccole grandi contestazioni sono di un’attualità disarmante.


In visita a Mantova a “In viaggio con Mafalda” la mostra che il Touring Club Italiano ha organizzato per festeggiarne i 40 anni, ho ritrovato in quei disegni tondeggianti, in quell’affascinante bianco e nero, la straordinaria attualità di quelle voci.
Scoprire che 40 anni non sono bastati a cambiare troppo le cose, a far tacere quella critica osservatrice della realtà, assai in ansia per i mali che affliggono il mondo e capace di suscitare non poche perplessità negli adulti circostanti.


Mafalda non è un personaggio buffo, né una bimba cresciuta fra le favole, Mafalda è la lucidità di chi il mondo lo osserva e lo vive così profondamente da sentire il bisogno di sconvolgerlo, di lottare per cambiarlo, di rivoluzionarlo.
Ma Mafalda non la si può commentare, di lei non si può parlare, va vista, letta, scoperta pagina dopo pagina, ingurgitata in un’abbuffata di realtà.





 



 



 



 



 



 



 



 



 



 



 


  

 



 



 



 



 



  



 



 



 



 




permalink | inviato da il 1/10/2004 alle 0:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (40) | Versione per la stampa
RAT-MAN
22 settembre 2004



"Una misteriosa figura si aggira, senza pace, per i vicoli della città..
Fruga tra le ombre della notte, come per trovare un significato alla sua esistenza...
Mentre i ricordi tornano alla sua infanzia, segnata da un doloroso ricordo...
...quando perse entrambi i genitori ad una svendita in un grande magazzino..."

“C'era un tempo in cui i Supereroi mantenevano la giustizia nel mondo”.
Formavano la Squadra Segreta, guidati dal Pipistrello.
Gli Uomini Ombra fallirono nel tentativo di controllarla e decisero di sterminarla.
Nacque un nuovo progetto: la creazione della Seconda Squadra Segreta.

Deboroh La Roccia perse i genitori in un centro commerciale quando aveva solo 5 anni, adottato da Jan Valker fu inserito nella Seconda Squadra con il nome di Rat-boy.
Dopo l'uccisione del padre di Valzer, Rat-boy lasciò la Seconda Squadra, fece perdere le sue tracce e si rifugiò nella Città Senza Nome.
Con la sua nuova identità, di lottatore nell’Arena con il nome di Marvelmouse, entrò in contatto con "il maestro", che lo allenò per diventare un vero superereoe.
Divenne Rat-Man.

Un fumetto eccellente: la scelta di dedicare la propria vita alla lotta contro il crimine dopo una terribile vicenda!



Rat-Man potrebbe essere letto come la solita comica parodia del costumato mondo dei supereroi, ma non ho mai creduto fosse solo questo.
Non una parodia ma un supereroe, che inciampa nel suo mantello da supereroe, perché una persona normale non ci riuscirebbe ad accumulare tutte quelle sfighe, ad avere così tante opportunità e a perderle tutte sentendone il fragore della caduta.

Accanto ai supereroi lui è un Supereroe, solo noi, onnipotenti lettori, possiamo conoscerne i particolari disastrosi, sperare che riesca nell’impresa pur sapendo che rimarrà indietro a godersi le nostre risate.


Leo Ortolani
, papà del piccolo eroe, straordinario geologo e profondo conoscitore dei fumetti Marvel del periodo d'oro, uomo di indiscusso sentimento umoristico.
Azione! Dramma! Colpi di scena e altro ancora, nell'albo che era vicino a questo sullo stesso scaffale!”
Arrotolatelo e spingetelo nella trachea: questo albo vi lascerà senza fiato!

Ho recentemente scoperto che Rat-Man è anche uno pseudonimo che Sigmund Freud diede ad un suo paziente (Ernst Lanzer) per proteggere la sua privacy quando pubblicò il suo caso di studio…


Di Rat-man adoro i silenzi, quel riempire la vignetta senza starci dentro.
Silenzi che diventano tratto leggero, che si trasformano in sorriso, che si scompongono in una risata.
Una risata che si ripete, che diventa storia, che si smorza a volte in un risolino amaro, che procede sapendo che nella città senza nome il crimine non paga... offre Rat-Man!



Fletto i muscoli…
                             … e sono nel vuoto!










 





 





 



 








 




permalink | inviato da il 22/9/2004 alle 0:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (18) | Versione per la stampa
NAPOLEONE
16 luglio 2004

Bello, affascinante, misterioso, silenzioso, discreto, cupo, distratto dal ghiaccio nel suo bicchiere quadrangolare, assorto in un’invisibile dimensione, proveniente dal nulla diretto verso il vuoto. Napoleone non è un uomo, è un fumetto. Uno di quelli che non può essere film, non può essere pellicola, non può essere libro, né canzone, non può essere nota né colore né realtà, ma solo fumetto.
Nato nel settembre del 1997 dalla penna e dal genio di Carlo Ambrosini, alla Bonelli lo definiscono "in bilico fra giallo e noir, con insolite incursioni nel fantastico".

Napoleone Di Carlo, figlio di genitori italiani, cresce in Etiopia, per poi lasciare l'Africa alla volta di Ginevra, in Svizzera, dove lavorerà come funzionario di polizia all'ambasciata italiana di Addis Abeba. Per sfuggire al ricordo di un misterioso evento deciderà di cambiar vita, e comprerà e gestirà un piccolo albergo, l'Astrid.
La passione per la letteratura criminale e il legame con l’amico Dumas, ispettore di polizia, lo porteranno a collaborare spesso con lui.
Appassionato di entomologia colleziona coleotteri.

La realtà non è mai solo ciò che appare, Napoleone “vive”, attraverso visioni o sogni, storie parallele in cui spesso si nascondono le chiavi di interpretazione di una realtà che non si fa troppe domande, che scorre perché quello è il suo status naturale, che cresce senza voltarsi indietro, che fluisce sotto gli occhi di chi distrattamente non ha tempo per fermarsi.
E Napoleone ascolta voci e note che intessono nel suo mondo strani rapporti spazio-temporali, strani inizi e strane storie senza confini.

"Al di sopra degli stagni, delle valli, delle montagne, dei boschi, delle nuvole, dei mari, al di là del sole, dell'etere e dei confini della sfera stellare", Lucrezia, Caliendo e Scintillane sono i tre piccoli compagni di Napoleone, nati dalla sua psiche, abitano in un mondo dove i miti e i desideri degli uomini diventano personaggi dai tratti fantastici.
Napoleone si muove nel suo mondo con poche certezze e poche paure. Vive una quotidianità che sembra non scandire gli attimi, tutto è affidato all’evento, tutto è affidato ad uno schioppo di dita che accende il meccanismo e lo fa girare a volte anche a ritroso.


Fra le stradine di Ginevra ho imparato a passeggiare con Napoleone, ho imparato ad ascoltare Lucrezia, Scintillane e Caliendo, a cercare in loro quell’inconscio velato che la realtà nasconde dietro le quinte, perché sul palcoscenico si ha bisogno di essere diversi, il pubblico ci acclama, le luci si accendono, il sipario si apre, fate silenzio, si inizia…si vive.




permalink | inviato da il 16/7/2004 alle 8:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (52) | Versione per la stampa
Julia
22 giugno 2004





Delicata, sensuale, fragile, intelligente, affascinante, spiritosa, sensibile, femminile.





Julia è una criminologa che insegna all'università di Garden City e collabora occasionalmente con la Polizia, abituata, dunque, a confrontarsi con la psiche dei peggiori criminali non solo dal punto di vista accademico ma anche da quello pratico.

Julia vive in una villetta alla periferia di Garden City, città immaginaria del New Jersey, a circa un'ora di strada da New York (una vera Garden City esiste, invece, sull'isola di Long Island).
A farle compagnia nella sua vita da single non sempre troppo convinta ci sono Toni, una gatta persiana, l’esplosiva colf Emily Jones dal volto di Woopy Goldberg, ed i suoi appiedanti viaggi su una Morgan 4x4 del 1967.
Palesemente ispirati a precisi modelli cinematografici sono anche il Tenente Alan Webb, nel volto di John Malkovich, per il quale spesso il crimine non va capito ma represso e le cui accanite e urlanti discussioni con Julia sono il tenero espediente per sorridere dei loro battibecchi, il sergente Ben Irving, nei panni del simpatico John Goodman, dal grande pancione e dall’animo buono, e il detective Leo Baxter, nella fisionomia di Nick Nolte, l’amico fedele di Julia e suo braccio destro.

E in Julia, invece, luccicano gli occhioni di una giovane Audrey Hepburn, in un’espressione indifesa e allo stesso tempo furba, che vive ma sembra incapace di sognare.
E’ ad un diario che Julia affida le sue riflessioni, è in quel diario che Julia rivive le sue giornate pensandole. Quante volte la si ritrova china sul letto a scrivere…come se raccontasse a sé ciò che ha vissuto.
E in Julia convivono il decisionismo tipico dei tutori della legge e l’attenta indagine psicologica attraverso cui sondare l'animo umano, alla ricerca di quelle lacerazioni nascoste che hanno portato al crimine e alla follia.
E’ l’irrazionalità che dialoga con lo studio, l’analisi, il rigore della scienza.
Ma la giustizia dell’uomo è imperfetta: dietro una violenza ci sono i drammi che l’hanno provocata.


Julia non è un fumetto che mi convince molto, lo apprezzo per alcune cose e credo che Berardi nella vita non poteva che fare lo sceneggiatore e dar vita a due grandi personaggi come Ken Parker e Julia Kendal, tuttavia qualcosa non mi convince.
Tutto dipende da un mio fanciullesco pregiudizio. I fumetti sono popolati da eroi, personaggi immaginari, navicelle spaziali, armi impossibili, mantelli, stivaloni, cinture a razzi, invece in Julia c’è tanta realtà.
I personaggi sono tratteggiati con un realismo a volte sconvolgente e le situazioni che “normalmente” potrebbero sembrare assurde, nel paradosso della nostra attualità le ritrovo il giorno dopo sulla cronaca dei giornali.
Lo stesso Berardi, per garantire maggiore coerenza scientifica allo sguardo indagatore di Julia, ha frequentato per alcuni mesi un corso di criminologia presso l'Istituto di Medicina Legale di Genova.
E banale è quella rubrica della posta curata da Berardi in persona, quel "Diario di Julia" che riporta per la maggior parte domande di giovani lettori alle prese con i loro problemi tipicamente adolescenziali.
E poi il disegno, quel tratto sempre identico a se stesso.
Cambiano i disegnatori ma le differenze sembrano non cogliersi. E questo non mi piace. Lo trovo impersonale, distaccato, un segno grafico privo di cuore.

Ma, a parte questo, io ad una donna che porta in borsetta un posacenere di alabastro come arma per difendersi, non perdo più di due minuti ad affezionarmici.

Il primo numero di Julia è uscito nell'ottobre del 1998, ero all’Università e ricordo l’emozione di comprare quel primo albo, assistevo ad una nascita, e il suo amorevole papà, Giancarlo Berardi, come prima cosa ci ricordava che “si scrive Julia, come una famosa marca di grappa, e come il glorioso battaglione degli alpini. Ma si legge Giulia. Con la g”.

Seguire un fumetto per tanto tempo significa crescere accanto ad un personaggio, partecipare alle sue evoluzioni vivendo le proprie.
In Julia è racchiuso il mio mondo universitario, le giornate passate fra un dipartimento e l’altro nel tentativo incompiuto di crescere fra le letture “alte” che mi è capitato a volte di subire passivamente, mentre quel fumetto scalpitante nello zaino mi incitava ad osare, ad andare oltre, anche dove la banalità non vuole entrare, di aprire tutte le porte senza mai fermarmi alla prima che generalmente è sempre aperta e pronta ad accogliere ogni spaesato visitatore.




 George Valadier
"Le cose sono cambiate quando ho imparato a piangere..." 

Julia
"Ha dovuto imparare?" 

George Valadier
"Sì. Non ricordo di averlo mai fatto, neanche da bambino. Sono stato cresciuto come un guerriero, e i guerrieri certe cose non se le permettono. La prima volta, quando ho sentito le lacrime, ho preso uno specchio e mi sono guardato... ho guardato la smorfia della mia faccia, ho assaggiato il sapore salato del pianto... e mi sono sentito meglio..."


Dal mio albo “speciale”  Se le montagne muoiono

 




permalink | inviato da il 22/6/2004 alle 2:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (44) | Versione per la stampa
"La pazienza ha un limite, Pazienza no!"
18 giugno 2004

Ciao Paz, come va?
Ieri ci tenevo a scriverti ma sono rientrata tardissimo da Roma e la fugace sosta in autogrill insieme al mondo che si ferma davanti ad un pallone, mi ha fatto saltare tutti i programmi.
E allora eccomi qui, oggi.
Ma…checifrega, l’intento non è certo quello di alzarsi in piedi e con la mano sul cuore seguire le note di un inno nazionale cantato da altri.
No, l’intento è quello di cantarle quelle note, di rivolgere a te un ricordo e condividerlo con chi passeggia per questo blog.

Sai Paz, adoro i viaggi notturni in macchina, adoro lasciar correre i pensieri sulla strada, adoro vederli in ombra, illuminati solo dai fari di altri viandanti anonimamente in corsa verso le note colorate di una canzone, note affidate a volte a pensieri chiassosi, a volte adagiata sui nostri silenzi.
E pensavo a te.

Non ti ho mai conosciuto come avrei voluto, e più che te posso dire di conoscere una mia versione di chi si presenta, senza troppi lustrini, così:


ANDREA PAZIENZA è nato a San Menaio (FG) ed è praticamente pugliese, pur vivendo tra Bologna e New York. Alto 1,86 cm. ha frequentato il liceo artistico di Pescara, rivelandosi presto un enfant prodige.
Colto e brillante, pratica molti sport, nessuno escluso. Come tutti gli artisti dei Gemelli è del segno dei Gemelli con ascendente Sagittario.

Freddo e calcolatore, ha fatto mostre a Pescara, San Benedetto, Ascoli Piceno, Vasto Marina, Monte Silva ed altre località della riviera adriatica. Dopo la pittura si è dedicato al fumetto mietendo successi e grano.
Come ama ripetere nulla gli è impossibile, solo che non ha molta voglia.
Il suo hobby è andare in bicicletta, anche perché non ha la macchina e gli hanno fregato il vespino.
E’ stato in Inghilterra, Francia, Spagna, Jugoslavia, Marocco, Svizzera e Stati Uniti. Ha collaborato ad Alter, e al Male. E’ stato tra i fondatori della rivista Cannibale ed attualmente è redattore del mensile Frigidaire. Essendo così giovane, 24 anni, la sua carriera può definirsi senz’altro folgorante. Sotto l’aspetto fatuo e salottiero nasconde abilmente torbidi legami con il movimento del ‘77 e con altri movimenti analoghi.


Ed io ti ho parlato in quello che di te hai voluto raccontare, in ciò che ho raccolto lungo una strada che spesso mi ha fatto inciampare in quella primavera del 1977 in cui la rivista Alter Alter pubblicava la tua prima storia a fumetti, Le straordinarie avventure di Penthotal, ed io non ero che un amoroso pensierino notturno.


Ho seguito poco le tue scorribande fumettare, dalla rivista underground Cannibale a Il Male e Frigidaire, da Satyricon de "la Repubblica" a Tango de "l'Unità", al quindicinale indipendente Zut, da Corto Maltese e Comic Art, ma so che hai disegnato anche manifesti per il cinema ed il teatro, scenografie, costumi e abiti per stilisti, cartoni animati, copertine di dischi, pubblicità.

Da Zanardi a Gli ultimi giorni di Pompeo, a Pentothal, ho provato ad immergermi nei sogni rivoluzionari della tua generazione, ti ho ascoltato nel manifesto dadaista di Tristan Tzara e nelle tue vignette che attraversano i movimenti di rottura di inizio secolo.

Instancabile, inafferrabile, sempre in corsa. 

Di te si racconta tanto…bello, giovane, combattivo, vivo, …
Cresciuto nei tuoi fumetti, nelle tue vignette, nei tuoi quadri, …

Mi hai sempre dato l’idea di scorrere come un fiume in piena, ti ho sempre pensato come un vaso traboccante di energia, di scompostezza, di pigrizia e genialità.

Hai saputo amplificare le emozioni degli anni che vivevi, degli anni in cui crescevi: la contestazione studentesca che voleva l’immaginazione al potere, le distrazioni confuse di idee vagabonde e distratte.
Ti sei divertito a cogliere alcune delle smorfie del mondo che ti scorreva accanto, le hai riportate nelle tue pagine, irregolari, scomposte, irriverenti, a volte affettuose, altre malinconiche.
Ed ora, osservando la mia quotidianità, le mille smorfie di oggi, spesso penso a te che da lassù te la ridi, di materiale ne avresti tanto, chissà con quale sguardo l’avresti illuminato e con quale tratto ce lo avresti riconsegnato.

Il 17 giugno 1988 a Montepulciano hai lasciato un vuoto davvero incolmabile; un vuoto che la mia generazione ha sentito, che io ho sentito.


E se ora mi chiedo quale sarebbe stato il colore della tua quotidianità credo significhi che quell’assenza l’avverto, la sento, c’è.
I ragazzi del dopo-Paz, le generazione successive, hanno ereditato questo vuoto, e non possono che colmarlo rileggendoti e ridendo con te, scomponendosi, sobbalzando dalla sedia e recuperando quella vitalità che le tue pagine trasmettono.
Paz ci hai lasciato tanto di te, ma caccccchio potevi fermarti ancora un po’ con noi.

*Grazie* 










permalink | inviato da il 18/6/2004 alle 14:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (26) | Versione per la stampa
KEN PARKER
8 giugno 2004

 

Uno dei difetti che il mondo mi rimprovera con nauseante regolarità e meticolosità furiosa è la mia incapacità di essere puntuale. Ho la straordinaria abilità di perdere treni ed arrivare tardi agli appuntamenti, … … ma non è colpa mia…è che mi disegnano così.

L’ennesimo ritardo l’ho sperimentato con l’appuntamento-mancato di Ken Parker.
Un mio amico (sempre lui, sempre quello che mi ha fatto tornare a leggere fumetti) continuava a recarsi puntualmente in edicola per incontrarlo.
Le avventure di Ken Parker gironzolavano per casa ma la mia curiosità non è mai stata colta dall’irrefrenabile voglia di sfogliare quelle pagine. Diffidente come non mai e persa negli infondati pregiudizi del momento, lo ritenevo una tardiva imitazione di Tex, non mi fidavo di quel biondino dallo sguardo vagabondo.
Poi nel ’98 l’uscita di Julia (di cui parlerò in qualche altro post) e la scoperta di Berardi come autore delicato, raffinato, fortemente immerso nel presente, nell’attualità dei problemi di un mondo veloce come il nostro.

Con un’arguzia sherlockiana legai subito il nome di Giancarlo Berardi a quello di Ken Parker, e il dubbio amletico mi spinse a varcare nuovi mondi, a sfiorare nuovi confini, ad inoltrarmi in nuove terre dai colori acquerellati. La domanda che mi tormentava riguardava proprio quell’autore di cui sapevo ancora troppo poco, come aveva potuto, il creatore di Julia, così sensibile ai temi e ai problemi del presente, cavalcare le prateria e gli ambienti western?

Il primo albo di Ken Parker che lessi fu “Il respiro e il sogno”, un albo speciale in cui le storie erano raccontate senza il ricorso alle parole. I ritmi erano quelli scanditi dalla natura sfuggente e primordiale, e la china e gli acquerelli di Ivo Milazzo davano vita a disegni delicati, e ad uno sguardo che si soffermava su particolari inattesi per poi crescere, dilatarsi pian piano, fino a cogliere il mondo.

Da allora non perdo occasione per fermarmi fra le colorate bancarelle delle fiere e nei negozi impolverati che vendono ancora memorie, e cercare quelle avventure.
Quando un treno passa, dunque, c’è sempre una miriade di modi alternativi da scoprire per recuperare quel ritardo.

Ken Parker colorò le edicole italiane ad iniziare dal giugno del 1977, con l'albo intitolato "Lungo fucile", nome indiano affidatogli per via di quell’inseparabile fucile "Kentucky" dalla canna molto lunga e dotato di un unico colpo.
Pubblicato dalla casa editrice Daim Press (ora Sergio Bonelli Editore), la serie fu interrotta nel 1984 con il numero 59, quando subì una prima battuta d’arresto per via della qualità delle storie, inconciliabile con la quantità della produzione mensile.

Da scout dell'esercito a sceriffo, da detective dell'agenzia Pickerton a scrittore e operaio di fabbrica, Ken Parker vive prevalentemente nelle regioni del nord America (Montana) e le sue storie sono ambientate intorno al 1868, un periodo che vive l’alba di alcune importanti trasformazioni americane: le città si incamminano verso le metropoli, l'economia cresce, le nuove terre da colonizzare diminuiscono.
Ken è fra gli ultimi uomini che dovranno cacciare per nutrirsi, che avranno il cielo per tetto e la terra per giaciglio, che vivranno liberi lontano dalle convenzioni e dalle luci di quella che viene definita “civiltà”.
Avventuriero e vagabondo egli giunge nelle terre calde del Messico e del Texas o nelle gelide regioni dell'Alaska e del Polo Nord.
E’ un personaggio che cresce albo dopo albo, che si confronta con temi impegnativi e scottanti: dal razzismo all'omosessualità e allo sfruttamento, dalla prostituzione alla politica e alla condizione femminile di fine '800, dalla povertà all'ecologia, dagli emarginati al rispetto degli animali, ecc...

Non un eroe senza macchia e senza paura tipico dell'avventura classica, ma un “uomo” che prende delle decisioni e sbaglia.
E il western diventa allora solo un contenitore di generi diversi, di storie poetiche, avventurose, malinconiche, dove l’inchiostro spesso si dilata e supera le vicende di questo non-eroe per concentrarsi sugli altri personaggi che lo circondano.
In Ken Parker valori come la generosità, la lealtà, l'amicizia, il dubbio, il coraggio civile, diventano lanterne essenziali per orientarsi nella scelta di voler decidere e pensare con la propria testa, cadendo e rialzandosi come mille volte accade ad ognuno di noi.

“Ken Parker è un uomo d'oggi, con i problemi d'oggi. Non ha nessuna certezza, nessuna sicurezza, vive giorno per giorno con gli ideali che si è costruito da sé cercando ardentemente, disperatamente, coraggiosamente di essere coerente”.




permalink | inviato da il 8/6/2004 alle 2:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (25) | Versione per la stampa
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