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Mi libro su

La memoria
più lunga

F.D'AGUAIR





























"Le nostre valigie logore stavano di nuovo ammucchiate sulmarciapiede; avevamo altro e più lungo cammino da percorrere. Ma non importa, la strada è vita"
Jack Kerouac

"Contestare e creare: sono le due parole che io direi
ad un giovane per educarlo. Deve imparare a contestare e
acreare. Non bisogna cadere dalla contestazione nello
scetticismo:occorre guardare alla storia. Sempre si sono
messe in discussione leconquiste di un'epoca dall'epoca
successiva.[.] La storia delle idee èstoria di lotte e di
conquiste, di contestazioni e di creazioni. Questesono le
parole che io direi ai giovani: contestate e create!"
LudovicoGeymonat

letteratura
Una donna – Sibilla Aleramo
7 marzo 2009
 

Un libro.
Un regalo di Natale, ricevuto da chi ogni giorno ascolta le donne nel mondo e lavora per il riconoscimento dei loro diritti, continuamente violati, violentati, negati.
Il regalo di una donna che continua a combattere.


Uno dei primi libri femministi apparsi in Italia.
Un romanzo autobiografico, firmato con lo pseudonimo di Sibilla Aleramo.

Una donna che racconta la sua vita vissuta a cavallo dei due secoli, dagli anni della fanciullezza fino alla maturità.
Il rapporto con il padre, la distanza dalla madre, la violenza subita, il matrimonio forzato e il disprezzo per il marito, la nascita del figlio, il tentato suicidio, la via della scrittura. La libertà e l’indipendenza pagate a caro prezzo.
Il dolore.

Sibilla, una donna che si racconta.
Quanto è dolce la scoperta di quella maternità che sembra far intravedere strade nuove, dentro cui ci si riscopre “migliori”, che dona alla vita “un aspetto celestiale” attraverso quel bacio lieve dato al proprio figlio.

Dacchè avevo letto uno studio sul movimento femminile in Inghilterra e in Scandinavia, queste riflessioni si sviluppano nel mio cervello con insistenza. Avevo provato subito una simpatia irresistibile per quelle creature esasperate che protestavano in nome della dignità di tutte sino a recidere in sé i più profondi istinti, l’amore, la maternità, la grazia”.
Scegliere la strada dell’emancipazione per Sibilla significa subire l’ennesima violenza: è costretta a lasciare il bambino per quella “seconda vita”, capace di renderla una donna diversa, una donna nuova.
Una donna che non potrà mai liberarsi dal dolore per quell’abbandono ma che ha dovuto scegliere.

E queste pagine acquistano un’intensità profonda, diventano il racconto di una madre al suo bambino, nella speranza che possa un giorno comprendere la tormentata strada che ha sentito di dover percorrere.


Un libro che ho finito di leggere oggi.
E’ trascorso più di un secolo da quando è stato scritto…
…eppure…
Sibilla è stata violentata dall’uomo che poi è diventato suo marito.
E oggi le sarebbe potuto accadere?
Sibilla ha piegato la testa alle continue violenze dell’uomo che viveva sotto il suo stesso tetto.
E oggi le sarebbe potuto accadere?
Sibilla ha subito il ricatto di un uomo che le ha tolto per sempre il suo bambino.
E oggi le sarebbe potuto accadere?

Sibilla FORSE oggi sarebbe una donna come tante altre. Affermata nel lavoro, con il suo bambino accanto e, chissà, con alle spalle una separazione.
MA Sibilla oggi potrebbe essere anche la stessa donna di un secolo fa. Le stesse violenze. Lo stesso silenzio.

Sibilla è ANCHE una donna dei nostri tempi.


Sibilla scriveva…
Quasi tutti i poeti nostri hanno finora cantato una donna ideale, che Beatrice è un simbolo e Laura un geroglifico, e che se qualche donna ottenne il canto dei poeti nostri è quella ch’essi non potettero avere: quella ch’ebbero e che diede loro dei figli non fu neanche da essi nominata”.

Un’innaturale scissione dell’amore.

Un’altra contraddizione, tutta italiana, era il sentimento quasi mistico che gli uomini hanno verso la propria madre, mentre così poco stimano tutte le altre donne”.


Rifletto sulle nostre radici.




letteratura
Nuova grammatica finlandese - D.MARANI
18 novembre 2007

 
Trieste, 1943. Nel porto viene trovato un uomo in fin di vita, senza documenti di riconoscimento e senza più memoria, neanche quella linguistica. Portato su una nave ospedale tedesca, viene curato dal medico  finlandese Petri Friari, che crede di riconoscere in lui un compatriota e decide, quindi, di insegnarli la propria lingua madre.
Sampo Karjalainen inizia, così, il suo percorso di educazione linguistica costruendosi una personalità del tutto fittizia che non gli apparterrà mai.
"Ti lascio la mia storia, lettore, perché tu ne faccia un ricordo. Io che non resterò nella memoria di nessuno, io che da vivo non sono esistito, potrò così morire sognando di essere ricordato".


Ho condiviso sin dalle prime pagine il dramma di Sampo. Ero alla ricerca di un ricordo per lui, di una testimonianza di familiarità, di un piccolo gesto che potesse tornare a parlargli dal passato.
E invece è stato lui a lasciarmi la sua storia, la sua Finlandia mai appartenutagli, le lettere della dolce infermiera Ilma, i racconti del pastore luterano Olof Koskela, la sua personale grammatica finlandese “fatta di un materiale eclettico e variopinto che andava dagli inni religiosi alle marce di guerra, dalle favole mitiche alle letture della Bibbia, dalle imprese della battaglia di Suomussalmi alle memorie d’infanzia di Olof Koskela, quando abitava nella città di Vaasa”.

Il tema della memoria, che “come una lava cola sui ricordi conservandoli, sì, ma sottraendoceli per sempre” si intreccia a quello delle radici, che trovano la loro origine nella lingua naturale di ogni uomo. Il legame tra un popolo e la propria lingua è stretto e intenso. Senza le parole dell'infanzia non si può avere neppure futuro.

E la lingua nasce all’interno di un territorio, di un contesto, di un tempo. “Il finlandese non è stato inventato. I suoni della nostra lingua erano attorno a noi, nella natura, nel bosco, nella risacca del mare, nel verso degli animali, nel rumore della neve che cade. Noi li abbiamo solo raccolti e pronunciati. Quando Dio ha creato l’uomo, non si è curato di mandarne fin quassù di uomini. E così noi abbiamo dovuto arrangiarci a uscire da soli dalla materia inerme. Noi abbiamo sofferto per diventare vivi. Prima eravamo alberi, laghi, rocce, vento. Diventare uomini da soli non è stato uno scherzo. Il finlandese è una lingua massiccia, un po’ bombata sui lati, con sottili tagli al posto degli occhi e così sono fatte le case di Helsinki, i visi della nostra gente. E’ una lingua dai suoni dolciastri e molli come la carne del pesce persico e della trota che si cuoce nelle sere d’estate in riva ai laghi dal fondale coperto di alghe rosse come le case di legno dei cacciatori, come le bacche che sanguinano d’estate nei cespugli. … Noi siamo quel che resta di qualcosa di antichissimo, qualcosa che è più grande di noi e non appartiene a questo mondo”.

Le riflessioni sulla lingua si accompagnano a quelle sulla patria.
Spesso anche dentro uno stesso popolo, la patria degli uni nega quella degli altri. Da questo nacque la follia che oggi ha ridotto l’Europa in cenere. Despoti travestiti da patrioti impongono la retorica dei loro miti e sentenziano che al di fuori di essi non c’è amor di patria. La patria si riduce così a un perimetro di confini che ognuno proclama sacro contro ogni altro, talvolta in nome dello stesso Dio. I condottieri che oggi si fregiano del merito di aver riunificato una Finlandia divisa fra rossi e bianchi, non vedono quale ben più profonda frontiera hanno scavato fra la nostra gente. Pretendono di aver salvaguardato l’integrità della patria. Eppure anche gli uomini fucilati senza processo dalle guardie bianche di Mannerheim erano un pezzo di patria. Un giorno bisognerà che qualcuno abbia il coraggio di strappare il monopolio della patria a questi impostori per restituirla agli uomini liberi, a coloro che tracciano i confini con le idee e non con il filo spinato”.



Dentro un libro si possono trovare tante preziosità e attraevo esso si possono compiere numerosi viaggi…questo è uno di quei romanzi che non ti fa compiere grandi passi nel mondo ma ti incoraggia, senza troppe moine, a scavare nella profondità di te stesso.
Non narra di grandi drammi o grandi amori, ma parla di lingua e di patria…quei “luoghi” dentro i quali nasciamo prima ancora di averne consapevolezza.







permalink | inviato da sbloggata il 18/11/2007 alle 21:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa
letteratura
Mille anni che sto qui - Mariolina Venezia
3 settembre 2007

 
Non è facile raccontare questa storia a chi non conosce la valle del Basento, il cielo celeste come i colori a matita dei bambini, i pendii che il grano rende verdi a primavera e gialli d’estate, i fuochi delle stoppie, i tralicci per l’estrazione del petrolio, i paesi agonizzanti sulle colline, il volo del nibbio”.

Mille anni che sto qui, una saga familiare vissuta nel piccolo paese di Grottole e scandita dagli eventi che dall'Unità d'Italia alla caduta del muro di Berlino hanno riguardato il nostro Paese.

Concetta andò a Matera per comprare la stoffa del vestito, allontanandosi per la prima e ultima volta in vita sua dal paese dov’era nata.
Le sembrò di arrivare a Roma, o a Nuova York, di cui aveva sentito parlare qualche volta, e fu presa da una nostalgia tenace, un senso di solitudine e di vertigine che si placò soltanto più tardi quando dalla Via Nuova, tornando, vide spuntare le macerie della chiesa caduta di Grottole
”.

Grottole è un paesino lontano da tutto, da “la Merica” e da “l’altitalia”, luoghi in cui è più semplice far soldi ma in cui si soffre di freddo e di solitudine.
Gli uomini raccontati, sono quelli cresciuti in una società maschilista, appropriatisi del tempo e dei ritmi della storia.
Le donne sono invece coloro che quella storia la custodiscono e la raccontano attraverso i loro meravigliosi ricami.
La società è quella che vede i cafoni ripiegati nei lavori della terra e i ricchi chiusi nelle loro colte attività.
Il racconto è un ricamo antico capace di immergersi continuamente nella poesia, di rendere i paesaggi, luoghi incontaminati alla cui staticità si sottrae solo Gioia, che abbandona la famiglia per seguire i figli dei fiori e raggiungere Parigi da dove i genitori la riporteranno a casa.

L’unica cosa che esisteva e sarebbe sempre esistita erano i riti che da quando era nato scandivano le giornate: le campane della chiesa, i discorsi sul tempo, i commenti sulla predica del prete a messa, i pettegolezzi delle donne, le processioni dei contadini che tornavano a dorso di mulo al crepuscolo, sempre uguali, come una sfilza di fantasmi che garantivano che niente sarebbe mai cambiato”.
Ma le cose non sempre vanno così.
E’ guardando dal finestrino del treno, che Gioia osserva la sua terra antica e la riscopre diversa.
Allo sguardo manca anche la campagna che si stende a perdita d’occhio.
In “un funerale senza lacrime” nasce la consapevolezza di una perdita antica.


Mariolina Venezia ha vinto con il suo “Mille anni che sto qui” la 45esima edizione del premio Campiello.
Sono contenta e nel mio tifo campanilista vi era anche l’affetto per un libro che racchiude le tante storie di un passato ancora presente in questi luoghi.
Le storie dei miei nonni.
Le storie della mia terra.
La mia storia. 





permalink | inviato da sbloggata il 3/9/2007 alle 16:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa
letteratura
Notti d’insonnia piena
11 luglio 2007

 



Quando il buio si fa sempre più buio e a contar le stelle si perde il senso…arriva l’insonnia.
D’estate giunge spesso, quando meno te l’aspetti e a volte non ti molla fino alle prime ore dell’alba.
E’ nelle notti d’insonnia piena che mi piace prendere un libro, magari di quelli già letti, che non è necessario terminare o iniziare dalle prime pagine, ma sei libero di saltellarci dentro seguendo la tua trama e le sue incrinature.

Durante queste notti le letture si fanno più intense. I luoghi descritti hanno contorni più netti e i personaggi raccontati delineano personalità più decise.
Entrare nell’atmosfera della narrazione è un processo più immediato. Pensi di avere a disposizione una lunga notte e non saranno le lancette a interrompere quell’incanto.
Non c’è tempo per distrarsi. Si diventa un tutt’uno con la storia.
Si diventa personaggio di quella storia. Uno di quelli a cui lo scrittore non aveva pensato. Un personaggio che interpreta e guarda quel mondo a modo suo e che a volte si ribella e ribalta le cose, a modo suo, sovrano indiscusso di quel momento.

Questo capita nelle lunghe notti d’insonnia piena.
Ieri ho giocato con Boris Vian e stamattina ascolto Duke Ellington.





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letteratura
Amélie Nothomb - Diario di Rondine
18 marzo 2007






Un bizzarro concorso di circostanze ha voluto che la conoscessi dopo averla assassinata. Normalmente, le cose non si svolgono in questo ordine. È una storia d’amore i cui episodi sono stati mescolati da un pazzo. Muoio mano nella sua mano, dal momento che sto scrivendo: la scrittura è il luogo in cui mi sono innamorato di lei. Questo testo si interromperà nell’istante stesso della mia morte”.






“Perché piace tanto?”
E’ questo il pensiero che mi ha spinta a leggere l’ormai famosa Amélie Nothomb e il suo Diario di Rondine.
Una delusione d’amore, un uomo che per non soffrire diventa un killer freddo e spietato, un diario segreto, un desiderio d’amore che ritorna.
Uno stile asciutto, secco.
Questo è ciò che ho letto.

Un genere di romanzi in cui gran parte della storia penso venga scritta dal lettore.
Sono quadri in cui le figure hanno contorni netti ma mancano di sfondo, di profondità, di brio.

Ho ascoltato in un’intervista l’autrice. Raccontava la sua vita e la sua scrittura.
Mi sarei aspettata nel suo libro una bizzarria fantasiosa velata da quella cupa profondità che la sua figura trasmette.
Ma non ho trovato nulla di quanto mi aspettassi.
Solo una storia…

Forse sono capitata nel libro sbagliato.
Riproverò.





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letteratura
Gianluca Mercadante – “Nodo al pettine – Confessioni di un parrucchiere anarchico”
12 gennaio 2007


Nera è la copertina, rosso il titolo: “Nodo al pettine – Confessioni di un parrucchiere anarchico”, insolita la casa editrice: alacran.
A convincermi è stata la quarta di copertina: “Gianluca Mercadante, nato nel 1973 a Vercelli, alterna l’attività di parrucchiere a quella di critico letterario”.
Non potevo farmelo sfuggire!
La curiosità però, in questo caso, non è stata buona consigliera.
Ho sbirciato nella vita di questo parrucchiere, nel suo negozio di Vercelli, ho conosciuto i suoi “personaggi” e le loro strampalate idee raccontate tra un piega e un colore.
Ma non ho trovato quel friccichìo che mi aspettavo.


Certo. non tutto è da buttar via. La Signora Piera, ad esempio, mi è rimasta nel cuore e gli undici comandamenti qualche grattacapo me l’hanno dato.
Io sono il parrucchiere tuo. Non avrai altro parrucchiere all’infuori di me.
Non desiderare il parrucchiere d’altri.
Onora il padre e la  madre. Poi portali da me.
Non uccidere. Portami il tuo nemico piuttosto, che ci penso io.
Non adorare falsi parrucchieri.
Andare da Jean Louis David, è come scegliere fra una pizzeria e un Mc Donald’s. Io sarei un ristorante, comunque.


Ennò non mi ha convinta questa carrellata di personaggi, di accadimenti e di scrittura.

Però pensavo…
Raccontare la routine che ognuno di noi scarta senza lasciar tracce…
Mumble mumble…mi piace!
Chissà quante perle potrebbero venir fuori se una frenetica penna cominciasse a raccontare le mille quotidianità lavorative (vabbè io mi escludo…io non lavoro, è già troppo impegnativo avere un blog!).


Un fruttivendolo, una commessa, una segretaria, un impiegato comunale, un falegname, un orefice, una sarta, un editore, un vetraio, un giardiniere, un bigliettaio, un arrampicamuri, un decorabicchieri, un attivafontane, un batticampane, un allevapiccioni, un …

Chissà quanti espedienti verrebbero fuori, e chissà quanta profondità scopriremmo in quell’attività ripetuta anno dopo anno, giorno dopo giorno, spesso per una vita intera, a volte per una strana coincidenza, altre ancora ereditata dalla tradizione.

Dovremmo lavorare per vivere, ma spesso ci ritroviamo a vivere per lavorare…
Forse perché in quell’attività proiettiamo un sogno, un’ambizione, un desiderio.
Forse è un modo per farci belli davanti lo specchio, perché lì vengono fuori tutte le nostre capacità e sciccherie.
Forse è un modo per sperimentarci in continuazione, per metterci alla prova, per condividere un’idea con quella strana razza che il mondo chiama “colleghi”.


Leggere racconti di mestieri antichi e nuovi, disegnati non dalla fantasia di uno scrittore ma dalla voce di chi li ha visti nascere fra le proprie mani adattandoli a sé, lavorandoli come creta fra le proprie idee…sì mi piace.


Tu che lavoro fai?


 




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letteratura
Shantaram – Gregory David Roberts
4 ottobre 2006


Shantaram è la grande storia d’amore fra un uomo, Gregory David Roberts, e una città, Bombay, raccontata dai suoi stravaganti personaggi, attraverso le loro sofferenze e la loro solidarietà.

Greg Roberts è un giovane studente di filosofia e attivista politico. E’ separato dalla moglie, ha perso una bambina, è un eroinomane. Viene condannato a 19 anni di prigione per una serie di rapine a mano armata. Scappa dal carcere di massima sicurezza di Pentridge. Vaga per l'Australia, vive in nove Paesi differenti, ne attraversa 40: è “un rivoluzionario che ha soffocato i propri ideali nell’eroina, un filosofo che ha smarrito l’integrità nel crimine, un poeta che ha perso l’anima in un carcere di massima sicurezza”.
Greg diventa uno Shantaram (in lingua hindi, “uomo di pace”, o “uomo della pace di Dio”), a Bombay, dove si improvvisa medico e allestisce un ospedale per i mendicanti e gli indigenti della città. Recita nei film di Bollywood, lavora con la mafia indiana, parte per due guerre, in Afghanistan e in Pakistan, tra le fila dei combattenti islamici, viene poi catturato in Germania e rimandato in carcere Australia, dove decide di raccontare la sua vita in quello che diventerà un romanzo, forse un capolavoro, forse un’avventura da leggere tutta d’un fiato.

Il romanzo ripercorre la vita di Greg, che giunge in India, a Bombay, sotto il falso nome di Mister Lindsay, diventando presto Lin per il suo grande amico, l’indiano Prabaker.
La città indiana lo accoglie nella sua atmosfera frenetica, fra topi e cani randagi, fra gli odori di spezie e la puzza delle latrine all’aperto, fra i gas del traffico di Mahatma Gandhi Road e le catapecchie costruite con canne di bambù.
Questa è Bombay, dove orrore e poesia si fondono in quell’umanità che con grazia passeggia nella sua miseria estrema, avvolta nelle splendide stoffe azzurre e dorate delle bellissime donne indiane o nei sorrisi candidi di uomini dagli occhi a mandorla.
Una Bombay risucchiata dai traffici di armi, droga, prostitute, schiavi e documenti falsi.
Delicata è l’amicizia con l’ineffabile guida Prabaker e appassionante la storia d’amore con la svizzera americana Karla.
Lin stringe rapporti con la mafia indiana, diventa trafficante d’armi, contrabbandiere e falsario.
 

“Perché la vita è così. Procediamo a piccoli passi. Rialziamo la testa e torniamo ad affrontare il volto feroce e sorridente del mondo. Pensiamo. Agiamo. Sentiamo. Diamo il nostro piccolo contributo alle maree del bene e del male che inondano e prosciugano la terra. Trasciniamo le nostre croci ammantate d’ombra nella speranza di una nuova notte. Lanciamo i nostri cuori coraggiosi nelle promesse di un nuovo giorno. Con amore: l’appassionata ricerca di una verità diversa dalla nostra. Con struggimento: il puro, ineffabile anelito di essere salvati. Poiché fino a quando il destino ce lo consente, continuiamo a vivere. Che Dio ci aiuti. Che Dio ci perdoni. Continuiamo a vivere”.


Shantaram, una preghiera di vita.






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Una noche con Sabrina Love - Pedro Mairal
16 novembre 2005



Daniel Montero, un adolescente che ha appena terminato la scuola e lavora in un allevamento di polli di Curuguazù.
Il suo zapping ed il collegamento pirata per la tv lo catapultano ogni notte nelle stanze di Sabrina Love, sogno erotico maschile di tutta la nazione.

Sabrina, la sua porno star bella da far mancare il fiato, bionda e intensa negli orgasmi goduti via cavo.
Le numerose telefonate alla redazione, per lasciare i propri dati e farsi assegnare un numero.
L’interminabile caduta dei bigliettini (con incisi i numeri della vittoria) fatti piovere sul corpo di Sabrina, bello e sinuoso.

Solo uno riuscirà a guadagnare il trionfo, insinuandosi nel decolté generoso.
Solo un bigliettino, solo quello di Daniel: vincitore di una notte con la donna dei suoi sogni.

La partenza per Buenos Aires è immediata. Due giorni di viaggio, rigorosamente in autostop, a bordo di zattere, a nuoto, a piedi o su camion di fortuna.

Un viaggio in cui Daniel incontra il mondo variopinto che non ha mai conosciuto, ed anche il suo passato irrimediabilmente segnato dalla morte violenta dei suoi genitori.
Un viaggio di iniziazione sessuale.
Un viaggio e la scoperta di un impalpabile sentimento che non può bastargli per una notte.



Una lettura divertente, piacevole, vivace.
Delicatissimo è l’incontro con Sabrina Love, e sorprenderla nel rituale del trucco è come guardare dallo spioncino di una porta lasciata aperta.
Splendide le ultime pagine perse fra il viaggio di ritorno e le delicate carezze di Sofìa.
 
Pedro Mairal è un giovane autore argentino e “Una noche con Sabrina Love” è il suo primo romanzo pubblicato in lingua originale nel 1998 e vincitore nello stesso anno del premio Clarín.
Romanzo diventato film nel 2000 con la regia di Alejandro Agresti.




Vi sono letture fresche che sconfinano teneramente nell’originalità, letture che non lasciano segni indelebili ma di cui conserverai la delicatezza narrativa, la sensualità velata, la leggerezza nel racconto…vi sono letture come questa.










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Vai e Vivrai - Radu Mihaileanu e Alain Dugrand
6 novembre 2005



Ho incontrato un ebreo etiope a un Festival del Cinema a Los Angeles. Mi ha raccontato la sua epopea e quella del suo popolo: il viaggio a piedi fino al Sudan dove gli ebrei rischiavano di morire, la vita nei campi profughi, l’emigrazione in Israele…

Radu Mihaileanu e Alain Dugrand raccontano la storia dei Falasha, gli ebrei etiopi di pelle nera, discendenti del re Salomone e della regina di Saba, e del loro viaggio verso Gerusalemme.
Nel 1984 una carestia li costrinse, insieme ad altre centinaia di migliaia di africani, ad abbandonare la propria terra: nella cosiddetta “Operazione Mosè”, grazie al duplice intervento di Israele e degli Stati Uniti, i Falasha, oppressi dal regime filosovietico di Menghistu e costretti a patire fame e miseria, furono ricondotti in Terra Santa come legittimi discendenti del popolo di Israele.

In lingua amarica, ‘falascia’ significa ‘straniero’, o ancora ‘colui che non possiede terra’”.
…sono al contempo neri ed ebrei. Gli unici ebrei fra i neri d’Africa, gli unici neri fra gli ebrei del mondo”.


Vai e vivrai” è la storia di un campo profughi, di una madre falasha stretta nel dolore della perdita di un figlio.
Vai e vivrai” è la storia di una madre cristiana che stringe fra le braccia il suo bambino che non potrà partire, che non potrà avere un futuro se non lontano da lei, fingendosi ebreo.
Vai e vivrai” è la storia di una menzogna, quella in cui Shlomo si costruisce un futuro, un’esistenza che mai si appaga, che vaga nella ricerca continua di una propria identità.
Vai e vivrai” è la storia di una madre adottiva: Shlomo, come orfano, diviene ancora figlio in una famiglia sefardita francese, benestante e di sinistra, che vive a Tel Aviv.
Vai e vivrai” è la storia di Shlomo che che deve diventare grande sotto il peso delle sue due menzogne (non è orfano e non è ebreo).
Vai e vivrai” è la storia di un legame negato. Un legame che torna in quell’abbraccio lontano che ogni notte viene raccontato alla luna.
Vai e vivrai” è la storia di una difficile integrazione: “Quando i profughi etiopi arrivarono in Israele tanta parte della popolazione li accolse con grande entusiasmo, mentre molti rabbini integralisti si scagliarono contro, giudicandoli non «abbastanza ebrei», soprattutto per il colore della pelle”.
In Etiopia eravamo perseguitati, ci accusavano di essere ebrei, ma qui in Israele ci accusano di non esserlo! Là ci chiamavano buda, che significa ‘stregoni’, qui ci chiamano kushim, i negri… Nell’Operazione Mosè siamo stati relegati al ruolo di figuranti, quando i bianchi sono stati considerati invece eroi, hanno ignorato il nostro coraggio, la nostra volontà, le fede che ci animava. Qui le nostre sinagoghe non sono riconosciute dal concistoro, i nostri rabbini, i Qes, non hanno il diritto di consacrare le circoncisioni, i matrimoni, i bar-mitzvah e le sepolture dei nostri”.



Va, vis et deviens” (Vai, vivi e diventa), dal viaggio verso la sopravvivenza, al viaggio verso la riconciliazione con la vita, a sé.


"Il tema dell'identità", spiega Mihaileanu, "riguarda qualsiasi persona costretta a lasciare il proprio Paese. E' un tema tipicamente ebraico, ma è anche universale perché tutti quelli che sono stati costretti a ricostruirsi una vita in un paese straniero si portano dietro il bagaglio dell'identità e dell'umorismo, unica arma per sopravvivere in certe circostanze. E questo film è la versione etiope di E.T. in cui un bambino cerca sempre di tornare a casa".


Il cinema mi ha regalato la grande emozione della bicicletta di Elliot, con a bordo E.T., che si dipinge su un’enorme luna piena, questa storia mi ha regalato un segreto che non conoscevo, un grido “di rivolta e di felicità”.




Il film “Va, vis et deviens” di Radu Mihaileanu è stato presentato al 55° Festival internazionale di Berlino ed in questi giorni è nei nostri cinema.
Attendo che arrivi anche qui.






permalink | inviato da il 6/11/2005 alle 23:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (27) | Versione per la stampa
letteratura
Ken Harvey – Ragazzo di zucchero
23 ottobre 2005


Nove racconti, splendidi.
Ironia e sentimenti, dolore e coraggio, la provincia americana e l’oceano che non danno spazio ad orizzonti di fuga, la piccola città di Lynn, Massachusetts, dove "la cosa più vicina a uno spazio aperto è il parcheggio del centro commerciale".
Questo il Ken Harvey di “Ragazzo di zucchero”.


Delicatissime sono le narrazioni in cui scelte audaci, scoperte amorose e adolescenziali, anziani eccentrici e genitori scompostamente eterosessuali, delineano i contorni di un’omosessualità che nasce fra le mura di casa, nella quotidianità di un rapporto familiare, nella freschezza di un’amicizia.  


In ogni scelta, in ogni scoperta, su ogni cammino la sofferenza ed il dolore sono lasciati intuire, sono appena percepibili, eppure sembrano esplodere quando il libro viene chiuso, quando l’ultima pagina palesa una realtà che non ha più bisogno di prove per esistere.
Il primo racconto, “Rovesciando le mucche”, è delicatamente adagiato sulla violenza di ciò che narra, le parole sono come pennellate leggere imbevute in tonalità morbide, capaci di squarciare come fiamma viva il silenzio di un tramonto.


Mio padre disse: “Eravamo nel Vermont. La zia Sylvie mi svegliava nel cuore della notte e insieme andavamo nei campi a rovesciare le mucche. Devi trovare delle mucche addormentate, poi le tocchi piano piano con le dita, così”. Mio padre sollevò le mani e aprì bene le dita. “E quelle si rovesciano nel sonno, senza nemmeno accorgersene. E’ divertentissimo.”
“Le mucche non si fanno male?”
”Non sentono niente è la cosa più normale del mondo.” Si sedette accanto a me sul divano. Mi disse di sollevare le mani e di aprire bene le dita. “Rovesciami,” disse.
“Sono stanco papà.”
“Solo una volta. Di solito io e zia Sylvie lo facevamo l’uno con l’altra dopo averlo fatto alle mucche.”
“Papà,” dissi, divincolandomi sul divano.



Signor Bolle, ti amo” l’ho letto e riletto. L’ho fatto leggere e l’ho regalato. La storia è così preziosa che vale la pena custodirla nel più antico degli scrigni, magari di quelli con una ballerina in tutù che ruota fra le note di un carillon vellutato.
Il Signor Bolle è “quell’uomo che sorrideva sempre e profumava di sapone”.
Amavo quell’abito morbido come la seta. A volte pensavo che se l’avessi indossato in una giornata di vento, sarei volato via”, questo invece è Hopi.
In quel sospiro, “Signor Bolle, ti amo”, l’emozione profuma di sapone. Candida e leggera come la schiuma fattasi bolla.




Ken Harvey vive a Boston e tiene corsi scrittura creativa a Cambridge (Massachusetts). “Ragazzo di zucchero” ha vinto nel 2001 il prestigioso premio per la letteratura gay ‘Violet Quill Award’, fondato da Edmund Withe.
Il racconto "Rovesciando le mucche" è stato selezionato dall’autorevole premio per racconti ‘Pushcart Prize’ e ha ricevuto una menzione speciale dal ‘Willa Cather Prize’.



Playground, è la Casa Editrice di letteratura gay fondata da Andrea Bergamini a Roma.
Quattro le collane proposte: Liberi e Audaci, principalmente dedicata alla saggistica; Madrelingua Gay, il cui obbiettivo è quello di pubblicare letteratura gay di qualità, espressione dei paesi emergenti o in via di sviluppo o di gruppi etnici minoritari all'interno dei paesi occidentali; Mio Nonno Renzo, collana di libri per ragazzi e l'infanzia che affronta tematiche e storie gay & lesbian; Riserva Indiana, una collana eterosessuale che a partire da uno spunto ironico e polemico si propone di pubblicare esordienti di valore.















permalink | inviato da il 23/10/2005 alle 17:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (22) | Versione per la stampa
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